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Dei pregiudizi intorno al romanzo rosa.




Conversazioni compromettenti



La situazione è più o meno questa.

Quando parlo con qualcuno, inevitabilmente esce fuori l'argomento. Non sono il tipo di persona che cammina con il suo libro in borsa, né con un cartello appeso al collo con su scritto "Sono una scrittrice", però in genere chi ne è a conoscenza si sente in dovere di informare il prossimo ignaro.

E così, magari per caso, tizio X dice a tizio Y «Lo sai che Anna scrive?»

Allora tizio Y inarca le sopracciglia e mi guarda stupito. Postilla. Il più delle volte alle persone non frega un tubo che io scriva perché non è che leggano così tanto. O comunque inquadrano la lettura in un certo genere ben circostanziato.

Ebbene, mi capita un giorno di vedere replicata questa situazione. Io che me ne sto nel mio angolo a svolgere le mie funzioni. Tizio X che, credendo di compiacere il mio ego (non sapeva quanto fosse in errore perché queste cose mi irritano), informa tizio Y che io scrivo.  E da qui la prevedibile seguente conversazione.

«Ah. Scrivi?»

«A quanto pare».

«E scrivi libri?».

No, scrivo i prezzi della frutta al supermercato. Ma ovviamente non lo dico e mi limito a sorridere. Già ne ho abbastanza.

«E li scrivi tu?».

E qui invoco il mio spirito guida, Amanda Lear, che un giorno, in occasione della pubblicazione del suo libro, rispose a claudia Schiffer, rea di aver chiesto «Chi te l'ha scritto?», con un iconico «E a te chi te l'ha letto?» (sic). Vorrei tanto, a volte, avere la caustica ironia di Amanda. Ma questa è un'altra storia. La conversazione continua.

«E dove li posso trovare?»

Santa Amanda Lear, dammi la pazienza...

«Dal salumier... ehm... in libreria»

«Ah, e cosa devo chiedere?»

Va bene.... calma e sangue freddo. Come glielo spiego che un libro si può cercare per titolo o per autore? Cioè... è una cosa abbastanza ovvia, ma magari sono io che sottovaluto l'acume delle persone. 

«Se cerchi il mio nome, lo trovi».

«Ah ok. Sai a me piace leggere. Ma non lo faccio per perdere tempo. Non amo leggere i libri per pura evasione. Devono essere libri che mi lasciano qualcosa di profondo»

E qui... mi dispiace ma non mi trattengo.

«Allora non leggere i miei libri»

«Cosa?»

«Non leggere i miei libri. I miei libri sono pura e semplice evasione». "Se cerchi un tomo complicato posso suggerirti il manuale di astrofisica", vorrei aggiungere, ma sono ancora una persona educata.

Tizio Y intuisce che, forse, ha fatto una gaffe. E tenta di correre ai ripari. «Ma no... io intendo che devo leggere libri emozionanti... tu cosa scrivi»

«Romanzi rosa».

Posso vedere le rotelle di tizio Y girare. Le vedo...

Romanzi rosa.

Roba esplicita.

Roba da donne.

Roba da ragazzine.

Roba poco impegnata.

«Ah, guarda, se me ne porti uno lo compro da te», mi concede, quasi come se volesse farmi la carità.

«Io non vendo libri. Puoi cercarlo in libreria, se vuoi. O comprarlo su Amazon».

«Ah, no. Non sono bravo con le cose elettroniche. E poi a me piace andare nei posti, toccare con mano. Annusare»

Due passi indietro. Inquietante.

«Ok, allora se lo leggi fammi sapere».

«Non è che hai una copia omaggio? Così valuto se mi interessa».

Il mio occhio sinistro comincia a pulsare. Ho perso più di mezz'ora a parlare con un Tizio che non è interessato minimamente a quello che scrivo e che per giunta tenta di scroccarmi un libro che molto probabilmente non leggerà mai.

«Mi dispiace. Non ne ho».

Credo che, con questo, la tortura sia finita. Illusa. Mentre cerco di allontanarmi, Tizio Y mi ferma di nuovo.

«Sai. La mia vita è come un romanzo. Se te la raccontassi faresti un gran successo»

E niente, signor giudice. Mi può biasimare se sono scoppiata a ridergli in faccia?

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